Spigolature d’Archivio – «Assai più belli i bei giardini, se nascosti»

Spigolature d’Archivio – «Assai più belli i bei giardini, se nascosti»
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Gli spazi verdi del Collegio, luoghi per il sogno

Il verso è tratto da una celebre poesia che Ada Negri – lodigiana di nascita ma pavese d’adozione, lieta ospite in casa Boerchio, a pochi passi dal Collegio, e apprezzata dal rettore-letterato Cesare Angelini – dedica ai giardini di Pavia, alla loro esistenza segreta, quasi impercettibile se non fosse per qualche cima d’albero o cascata di rampicanti che fa capolino da dietro un muro, o per il trapelare nei vicoli stretti del centro storico di profumi e suoni della natura.¹ Nello scorrere dei versi si respira tutta la dimensione mitica, ancestrale, millenaria (eppure sempre attuale) dell’idea di giardino: riflesso (e desiderio) dell’Eden – la parola greca παράδεισος deriva dal persiano pairidaeza che indicava il giardino recintato -, hortus conclusus («un senso di rifugio inviolato»), locus amoenus («viene da quel verde un fresco pispigliare d’uccelli, una fragranza di fiori e frutti»), spazio insieme luminoso e misterioso, protetto e accogliente, in cui nutrire e ristorare oltre al corpo anche la mente e dare ali alla fantasia («occulti orti da fiaba», «tutto mi pare più bello, se lo vedo in sogno»).

Forme, suggestioni e funzioni che declinano la bellezza anche dei giardini (al plurale) del Collegio Borromeo: in parte nascosti, racchiusi entro una cortina muraria dalla sagoma mistilinea e solo intuibili percorrendo il vicolo sassoso che prosegue e profila il lato nord dell’edificio; in parte rivelati attraverso ampie cancellate che ne mostrano l’estensione notevole e lievemente ondulata, la distesa verde abbagliante dei prati, l’ombra degli alti alberi e i colori dei cespugli fioriti.
Quello che oggi è un vero e proprio polmone verde lungo il margine sudorientale del centro storico, affacciato sul fiume, si è costituito progressivamente, ma con un’impennata nell’Ottocento, attraverso l’acquisizione da parte del Collegio di terreni contigui e l’abbattimento di edifici preesistenti (come la chiesa romanica di San Giovanni in Borgo e i conventi di San Marco in Monte Bertone e dei Cappuccini), lasciando spazio a una conduzione dei terreni a orto e frutteto, ma anche alla creazione, lungo il lato sud del palazzo, di un parco “pittoresco”, tipico della sensibilità romantica, con il suo laghetto per i cigni e i cimeli antiquari trasformati in fontane, frammenti di una scenografia medievale e fantastica sparsi tra le aiuole.

Ma il cuore, il nucleo storico di questo sistema verde, intercomunicante, che abbraccia la mole compatta e quasi monolitica del Collegio e ne filtra il rapporto con il tessuto urbano², è il cosiddetto “giardino degli Alunni”, terminologia d’uso nei documenti d’archivio, specialmente dopo la realizzazione dell’ottocentesco “giardino del Rettore”, che ne qualifica la destinazione, lo scopo. Il viridarium, stando alla prima convenzione nel 1563 con l’architetto del Collegio, Pellegrino Pellegrini, doveva essere già previsto, a completamento di uno spazio monumentale che dalla facciata imponente a piombo sulla piazza, si traduce in nobile corte magniloquente nel doppio loggiato interno e infine dialoga con spazio libero della natura, innestandosi nel paesaggio a est. Un cannocchiale prospettico (oggi ancora apprezzabile, dopo l’impeccabile intervento restitutivo dei primi anni Novanta del secolo scorso, che ha spostato in collocazione più idonea il campo da calcio, qui realizzato nel 1938) collega il portale di ingresso in facciata alla curva dell’esedra – e alla sua nicchia, circondata anch’essa da bugnato – che recinge elegantemente il giardino seicentesco. Alla costruzione, nel 1586, della terrazza lastricata e balaustrata in pietra (con emblemi borromaici realizzati a scalpello) e della doppia scala di raccordo tra il piano del cortile e del loggiato e il livello del giardino, segue infatti una pausa nei lavori in concomitanza con l’apertura ufficiale del Collegio (1588) e una loro ripresa dal 1616 (fino all’ultimo collaudo nel 1629) con l’arrivo di un altro architetto illustre: Francesco Maria RicchinoPrendono forma allora le due basse ali di portico – aperta su colonne binate quella meridionale, che poi verrà messa in comunicazione col giardino ottocentesco; chiusa e comunicante con il cortile di servizio interno quella settentrionale -, che mediano il rapporto tra la “fabbrica” e il suo hortus, alleggerendo l’impatto visivo della facciata orientale dell’edificio e trasformandolo, se visto dal fondo del giardino, in una “villa di delizia”. Dotata, ovviamente, del suo “verziere”: uno spazio recintato, strutturato (secondo il gusto del tempo) in aiuole dalle precise sagome geometriche, in specchi di prato e bordure di siepi affidate alle cure dell’ars topiaria e con un’ordinata disposizione di erbe, fiori e alberi da frutto. Il tutto, ovviamente, coronato dall’elemento cardine di ogni giardino, sotto il profilo simbolico, estetico, tecnologico, economico, biologico: l’acqua, il cui lungo percorso dalla fossa del Castello Visconteo, regolato con complessi e ingegnosi sistemi di canalizzazione e condutture invisibili, è documentato da una gran mole di schizzi, disegni e documenti d’archivio e culmina nella fontana della nicchia, il cui aspetto si è mantenuto tenacemente sobrio, nonostante almeno due tentativi di completamento decorativo. È forse della metà del Seicento un’articolata e colta proposta (anonima, ma che riecheggia il coevo raffinato allestimento del parco borromaico dell’Isola Bella) di realizzare una sorta di Monte Elicona, con tanto di Pegaso a farne scaturire la sacra fonte, scolpito o dipinto, celebrativo dell’amenità del luogo adatto alla ricreazione delle energie intellettuali dei suoi frequentatori, paragonati alle Muse: gli alunni, «Felices pariter studioque locoque». Meno letterario e più in sintonia con l’ispirazione etica del fondatore San Carlo sembra essere il progettodi inizio Settecento (documentato anche da alcuni schizzi a sanguigna) per la realizzazione di una statua di Mosè: orientamento in senso biblico dell’atto di generazione di preziose e sacre fonti di vita, tanto materiale quanto spirituale.³

¹ A. Negri, I giardini nascosti, in Il dono, Milano, Mondadori, 1936.
²
G. Giubbini, Pavia: il giardino del Collegio, in G. Giubbini, Storie di giardini. Volume I: Antichità e Islam. Il giardino europeo dal Cinquecento al Settecento, Torino, AdArte, 2012, pp. 243-247.
³
Cfr.: L. Erba, “Questo Colleggio…come il Monte d’Elicona”. Per una storia dei giardini borromaici, in «Ca’ de Sass», 1992, pp. 54-59. Si vedano inoltre: G. De Martini, 1808-1826 Giardino e orti borromaici, in Pavia neoclassica. La riforma urbana 1770-1840, Vigevano Diakronia, 1994, pp. 140-143; L. Erba, Il ripristino del verde nel giardino del Richini, in «Nuovo Bollettino Borromaico», 23, 1994, pp. 7-11; L. Erba, Giardini a Pavia. Principeschi, monastici, effimeri, magici, segreti, Roma, Gangemi editore, 2005, in part. pp. 42-47; L. Erba, capitoli dedicati ai giardini del Collegio in Un palazzo per la Sapienza: l’Almo Collegio Borromeo di Pavia nella storia e nell’arte, Pavia, TCP, 2014, pp. 22-23. Per la statua del Mosè: E. Vicini, scheda 7.7, in I templi della sapienza. 450 anni di fondazione del Collegio Borromeo, p. 63.

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