Spigolature d’Archivio – Il Vicerettore non dimenticato

Spigolature d’Archivio – Il Vicerettore non dimenticato
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Il Vicerettore non dimenticato: Attilio Moiraghi, o della dedizione
Da San Teodoro al Collegio Borromeo alla Grande Guerra

Il primo documento dell’Archivio in cui sia menzionato il nome di Attilio Moiraghi è una lettera indirizzatagli mentre è ancora rettore nella basilica di San Teodoro (una delle perle del Romanico pavese) dal Vescovo di Pavia Francesco Magani, datata 1 settembre 1905. Una lettera a lungo da lui conservata – forse, almeno all’inizio, come promemoria o come memoria di altre e sfumate aspirazioni – e che certamente era stata scritta con l’intenzione di incoraggiarlo e tranquillizzarlo sul suo presente e sul suo futuro, densi di preoccupazione per lui, come si deduce leggendola:

Ho sentito che sei invitato ad entrare come vicerettore nell’Almo Collegio Borromeo, e che tu hai qualche difficoltà pel timore di essere perciò considerato quasi estraneo al clero diocesano, e quindi escluso in futuro dai posti che la diocesi esibisce e dà ai sacerdoti che la servono e appartengono al clero diocesano. Siccome a me preme assai che il Collegio Borromeo continui ad avere un prete per Rettore e Vicerettore, e l’opera tua ivi parmi possa essere assai utile, così ti prego di accettare l’offerta come se fosse una destinazione che ti viene dall’ordinario a servizio della Diocesi, dichiarandoti che io e l’ordinariato riterranno l’opera che tu presterai in collegio come servizio prestato alla Diocesi, in ogni futura evenienza che tu dal colleggio [sic] dovessi tornare alla cura d’anime. Di questa dichiarazione perciò rimane copia in Curia nello stato tuo personale.
In fede
+ Francesco Vescovo di Pavia

Che le aspirazioni del Moiraghi fossero diverse e che la prospettiva di un radicamento a lungo termine nell’antico collegio pavese non lo allettasse più di tanto si può evincere da una sua lettera (di cui si conserva la minuta) di un anno successiva, quasi una risposta “a tempo” a questa. Il tono con cui si rivolge al Vescovo è carico di sollecitudine; le preoccupazioni sono rimaste immutate dopo un anno in Borromeo:

Eccellenza Illustrissima Reverendissima
Un anno fa quando io venni a Valbissera ad opporvi le difficoltà ad accettare il posto che ora occupo, V. E. […] promise, tra l’altro, di rilasciarmi una dichiarazione in cui risultasse che io venivo al Collegio Borromeo mandato da Voi; che però mi avreste considerato ancora come prete della diocesi pavese; che anzi avreste ritenuto fatta alla diocesi la mia qualunque prestazione a questo Istituto; che della mia ubbidienza e della mia prestazione avreste – Voi e i Vostri successori – tenuto calcolo nel caso che, per qualunque motivo, io abbandonassi il mio posto; che avreste tenuto a mia disposizione certo per un anno, e forse anche per due, la mia carica di rettore a S. Teodoro.
Ora questa dichiarazione non mi fu mai rilasciata, sebbene l’abbia fatta chiedere anche per mezzo del Vostro Segretario. E siccome a me preme grandemente, così mi permetto di importunarla nuovamente per averla.

Eppure, il rapporto con il Collegio di questo giovane e colto sacerdote pavese – cresciuto, anche come studioso ed erudito, sotto l’ala di monsignor Rodolfo Maiocchi – si mantiene assolutamente impeccabile per ben 15 anni, chiusi dal dramma della sua scomparsa prematura. Le ragioni del successo – nonostante le evidenti perplessità – di questo “matrimonio”, contratto per obbedienza, sono essenzialmente due e, si può dire, caratteriali: la forza dello zelo nel compiere il proprio dovere, anche seguendo un percorso non scelto e sicuramente irto di difficoltà (non dimentichiamoci che il Vicerettore condivideva con il Rettore in tutto e per tutto e anzi ancor più direttamente e concretamente le relazioni quotidiane, non sempre agevoli, con gli Alunni); la forza del rispetto e dell’affetto per l’antico maestro, che proprio in lui vede il compagno di strada ideale per poter affrontare e svolgere con efficienza gli offici di un ruolo prestigioso, ma non privo di insidie. Tutti i passi che il Maiocchi percorrerà in questo contesto saranno supportati e, almeno in parte, rasserenati dalla perfetta fiducia nel proprio più stretto collaboratore. Dai primissimi scambi epistolari e incontri preliminari con il Patrono (il conte Emilio Borromeo), in cui il neo-Rettore esplicita gli attestati di stima per il Moiraghi:

18 settembre 1905
[…]  io spero che ella vorrà esaudire la preghiera che le rivolgo perché si degni eleggere a vicerettore questo degno soggetto, che è il sacerdote professor Attilio Moiraghi di Pavia.

23 settembre 1905
[…] Mercoledì 27 corrente io sarò a Milano da Lei alle 12 o poco dopo e con me sarà il Moiraghi così Ella lo conoscerà tosto per quel bravo ed istruitto giovane professore che egli è. Ancora una volta io mi raccomando alla di Lei bontà perché si degni accogliere la mia preghiera di essere aiutato nel difficile incarico da una persona a me affezionata e di cui ho tanta stima e fiducia come è il Moiraghi.

alle prime ruvidezze da affrontare nel rapporto con alcuni Alunni, all’impegno nella valorizzazione anche storica e culturale del Collegio, con la pubblicazione di volumi ponderosi (sulla linea di un sodalizio intellettuale e metodologico già affermato), in cui la perizia archivistica di entrambi gli autori fornisce strumenti ancora oggi imprescindibili per una ricerca sulla storia del Borromeo e dei sui massimi protagonisti: si tratta delle tre monografie dedicate agli affreschi del Salone e al giovane san Carlo e al giovane Federico studenti a Pavia.

Dai pochi documenti rimasti di mano del Moiraghi, emerge una personalità tutt’altro che remissiva o insicura, semmai, invece, profondamente seria, dedita, consapevole del proprio ruolo e anche (come si vedrà) appassionata:

2 ottobre 1905
Illustrissimo Signor Conte,
ho ricevuto il Decreto con cui la E.V. mi nomina ViceRettore all’Almo Collegio Borromeo, e ora che la trepidazione lascia un poco luogo a quella ponderazione che apre il cuore alla fiducia, compio il dovere della riconoscenza.
Non è mio uso fare promesse, perché sono di avviso che in un uomo debba sempre supporsi la volontà determinata a fare tutto il suo dovere; ma se il manifestare le buone disposizioni con cui mi accingo al mio ufficio può far piacere a Chi ama tanto l’Istituto che è lustro di un casato già illustre, io la accerto che, fin quando occuperò il posto assegnatomi, non verrà mai meno in me la più intera sollecitudine.
Fiducioso però che non mi verrà mai tolto l’alto appoggio della E.V., rinnovo i sensi di viva gratitudine. 

23 settembre 1906
Illustrissimo Sig. Conte Patrono,
[…] 
rinnovo il proposito di adoperarmi con tutte le mie forze, come ho coscienza di aver fatto sin qui e con tutto il cuore, a pro’ dell’Istituto che proclama le glorie della Vostra Nobile Casa. Nel desiderio e nella fiducia di corrispondere alle giuste aspettative della E.V., presento ringraziamenti, umilio ossequii.

La prima di queste due lettere, soprattutto, è programmatica e, se considerata a posteriori, sottilmente profetica. Sintetizzando molto gli eventi, il Rettore e il suo fidato Vicerettore si troveranno, infatti, a dover affrontare un’imprevista e formidabile prova di resistenza morale (oggi lo definiremmo forse intenso ‘stress psicofisico’) nella gestione del Collegio trasformato in Ospedale Militare per 5 anni durante la Prima Guerra Mondiale. Esperienza logorante anche fisicamente, che si chiuderà solo alla fine del 1919 con una sofferta vittoria per l’istituzione (il ritorno alle sue legittime funzioni), ma al doloroso prezzo dello stroncarsi della vita del Moiraghi (il 13 ottobre, a soli 47 anni) e dell’irrimediabile crollo anche della salute del Maiocchi, che cederà il timone del Collegio dal gennaio del 1920 a Leopoldo Riboldi¹.

Il telegramma con la benedizione papale per il canonico gravemente infermo, le minute delle iscrizioni funebri commemorative compilate dal Rettore, i messaggi di profondo cordoglio che gli arrivano da ogni parte e in primis dal Patrono, rendono palpabile il senso di dolore e scoramento generale legato alla morte del Moiraghi, proprio nel momento in cui occorre concentrare tutte le energie per riconquistare al Collegio la sua autonomia dall’Autorità Militare e avviare pesanti operazioni di restauro del palazzo semidevastato.

Per questa autonomia il Moiraghi si era battuto con passione fino all’ultimo, come testimonia una lunga e veemente missiva da lui indirizzata il 2 settembre 1919 al rappresentante legale della famiglia Borromeo, nel momento di più acuta e disperata lotta con il Ministero della Guerra, da un lato, e la direzione sanitaria dell’Ospedale Militare, dall’altro, nella quale si legge: «Oggi dei QUATTORDICI ospedali militari della città, solo l’ALMO COLLEGIO BORROMEO è occupato da una vergognosa caserma.»²
Pensare che, all’inizio del conflitto bellico, con la trasformazione totale del Collegio per accogliere decine (anzi centinaia) di soldati malati e feriti, il Vicerettore aveva comunicato al Maiocchi – con grande sofferenza, ma anche con una lucida disamina della situazione – la decisione di voler lasciare il proprio incarico, prefigurando le enormi difficoltà che si prospettavano a livello gestionale:

27 giugno 1915
Monsignore,
le dico per iscritto ciò che non posso dirle a voce, mancandomene l’animo. […] In questa previsione, io mi sento mancare il coraggio di assumere il peso, non tanto del lavoro quanto della natura di esso. […] io dovrei attendere al mio dovere, senza chiudere gli occhi. A questo io non mi sento sufficiente, sia moralmente come fisicamente, e dovrei chiedere non una licenza temporanea, ma una aspettativa per tutto il periodo della guerra. E poiché io stesso non ho molta fiducia di ottenere tale aspettativa, dovrei ritirarmi definitivamente dall’ufficio: è quanto farò indubbiamente. […] Le ho detto tutto ciò compiendo un vero sforzo, perché non mi nascondo che io involontariamente contribuisco ad aumentare la sua tribolazione: questo è l’unico motivo che mi ha impedito di aprirmi prima d’ora.

Invece rimase.

¹ In un lungo articolo dedicato dal giornale “il Ticino” a Rodolfo Maiocchi all’indomani della sua morte nel 1924, si legge: «Una scossa assai più forte gli spezzava il cuore e metteva in serio pericolo la sua salute per la morte in guerra di un nipote carissimo prima, e per la malattia e la morte dell’amico e collaboratore don Attilio Moiraghi poi.»
² La lettera verrà pubblicata integralmente, insieme agli altri testi relativi al 1919, nella sezione di questo sito dedicata al regesto dei documenti dell’Ospedale Militare Borromeo.

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